La potatura di rinnovamento della vite comincia prima del taglio che cambia l’aspetto della pianta. Nel mio vigneto, che ha quasi cinquant’anni, insieme a Marco Penitenti abbiamo lasciato crescere alcuni rami nelle stagioni precedenti. Adesso quei rami ci permettono di abbassare una struttura che, nel tempo, si è ingrossata e alzata.
L’idea è conservare la radice e ricostruire sopra di essa una parte della vite. Ma appena apriamo il legno, il progetto incontra un dettaglio che conta più della forma finale: una porzione appare integra, un’altra è spugnosa. Da lì dobbiamo ragionare anche su una possibilità di rinnovo ancora più in basso.
Il ramo che lasci oggi diventa una scelta per domani
Quando si pota, l’attenzione va facilmente a ciò che bisogna togliere. In questo lavoro è altrettanto importante ciò che abbiamo conservato. Marco riconosce i rami lasciati apposta: sono cresciuti e ora offrono il materiale con cui ricostruire la parte produttiva a un’altezza diversa.
Il riferimento è il filo di banchina, il filo che deve sostenere il capo a frutto. La posizione dei rami deve permetterci di accompagnarli verso quel sostegno. Scendere lungo il fusto, per noi, significa riportare la potatura a una struttura più comprensibile e gestibile.
Alla fine scegliamo un capo a frutto e uno sperone. Il primo è il tralcio che conserviamo più lungo per la produzione; lo sperone, più corto, prepara i rinnovi successivi. La distinzione aiuta a capire il lavoro: stiamo scegliendo sia la parte che useremo adesso sia quella da cui ripartire. Il principio del rinnovo annuale dei capi a frutto è alla base del sistema Guyot descritto dalla RHS.
Abbassare la vite conservando la radice
Una barbatella nuova deve insediarsi e sviluppare il proprio apparato radicale. Qui proviamo un’altra strada: utilizzare quello della pianta esistente e ricostruire una porzione della sua struttura. La scelta riguarda questo vigneto e passa dalla valutazione delle singole viti.
Il punto da ridurre è una parte molto ingrossata, che nel nostro confronto chiamiamo testa di salice. Sopra si sono accumulati gli interventi degli anni; sotto abbiamo preparato i rami che ci servono. Togliere quella massa permette di riportare il lavoro su legno più giovane, senza ripartire da un nuovo impianto.
C’è anche una vite su cui un rinnovo era già stato fatto in passato. Il piede è rimasto lo stesso, mentre sopra è partita un’altra struttura. È un esempio concreto che ci aiuta a leggere l’impianto: sotto una forma vecchia possono esserci possibilità diverse da quelle che si notano guardando soltanto la parte più alta.
Il legno spugnoso cambia il progetto
Dopo il taglio ci fermiamo a osservare. Nel confronto con Marco una porzione viene giudicata sana; in un’altra troviamo legno spugnoso. Sono due condizioni che ci impediscono di trattare tutte le viti come se fossero uguali.
Da quella differenza nasce la proposta di far sviluppare un ramo più basso, sotto la zona problematica. È una possibilità da costruire e seguire: prima serve un germoglio adatto, poi si potrà valutare quanto della vecchia struttura mantenere. Il lavoro appena fatto lascia quindi aperta una decisione per le stagioni successive.
Il mal dell’esca e le altre malattie del legno coinvolgono funghi: una sezione spugnosa, da sola, non consente di stabilire quale problema sia presente né quanto si estenda. L’Institut Français de la Vigne et du Vin distingue diverse tecniche di gestione proprio perché condizioni della pianta e obiettivo dell’intervento cambiano. Qui non abbiamo una diagnosi da laboratorio o la prova che il taglio abbia eliminato una malattia.
Per rinnovare, il germoglio basso deve essere quello giusto
La possibilità di scendere ancora dipende anche da dove nasce il germoglio. Nelle viti innestate un ricaccio del portinnesto non equivale a un tralcio della varietà coltivata. È una distinzione esplicita nella scheda tecnica IFV sul rinnovo del tronco, che richiama anche la necessità di scegliere le piante e le parcelle adatte.
Perciò il criterio utile, davanti a una vecchia vite, è cercare prima la continuità possibile: quale legno può restare, da dove nasce il ramo che dovrebbe sostituirlo e quale struttura vogliamo ottenere. Un’altezza di taglio uguale per tutte le piante non risponde a queste domande.
Anche le grosse sezioni richiedono una valutazione specifica. In questa giornata le abbiamo affrontate con Marco; la posizione dei tagli e la gestione delle ferite appartengono a quel lavoro. Non basta vedere la vite abbassata per sapere come intervenire su un altro ceppo.
Una vite più leggibile, un vigneto da accompagnare
Quando restano il capo a frutto e lo sperone scelti, la vite è più semplice da interpretare. Questo è il risultato pratico che riconosco subito: meno intrecci di vecchi punti di taglio e un riferimento più chiaro per la potatura successiva. Nel ragionamento con Marco entrano anche l’altezza di lavoro e una gestione più agevole del filare.
Il filo di banchina rimane il riferimento a cui avvicinarci per gradi. La risposta dei nuovi rami e le condizioni del legno andranno osservate ancora. Il rinnovo continua anche dopo aver riposto gli attrezzi.
Portare il vigneto a cent’anni è il desiderio con cui guardo a questo intervento. La durata e la produzione future si vedranno nel tempo. Oggi abbiamo preparato una struttura diversa e individuato dove servirà ancora attenzione.
Il motivo personale è quello che accompagna tutto il lavoro: ho ricevuto questo patrimonio e voglio lasciarlo a chi verrà dopo. Io ho ricevuto, io ridò. Rinnovare una vecchia vite comincia da una scelta concreta: riconoscere ciò che può continuare a vivere e preparargli spazio con anticipo.
Per riconoscere meglio le parti che restano dopo il rinnovo, trovi anche il lavoro sulla scelta di capo a frutto e sperone nel vigneto.
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Approfondimento: il video originale sulla potatura di rinnovamento con Marco Penitenti, pubblicato il 23 gennaio 2026. La descrizione del video dichiara la presenza di prodotti sponsorizzati.